The Economist – “Being gay-friendly is cheap and good for business”

//The Economist – “Being gay-friendly is cheap and good for business”

L’Economist pubblica un articolo in cui racconta come negli ultimi anni nel mondo delle aziende siano radicalmente cambiati gli atteggiamenti nei confronti delle diversità di orientamento sessuale e identità di genere e di come essere gay-friendly sia conveniente e buono per il business.
Oggi circa l’86% delle aziende che rientrano nella lista “Fortune 500” (lista annuale compilata e pubblicata dalla rivista Fortune che classifica le 500 maggiori imprese societarie statunitensi misurate sulla base del loro fatturato) vieta la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale a fronte di un 61% del 2002. Secondo la stessa lista circa il 50% delle aziende proibisce la discriminazione nei confronti dei transessuali, rispetto al 3% registrato nel 2002.
Il “Corporate Equality Index” (un indice annuale in cui si indaga sulle misure aziendali nei confronti delle minoranze sessuali) 2011 di Human Rights Campaign mostra che tra le 636 aziende rispondenti nel 2011 il 64% offre l’assicurazione sanitaria anche al partner dello stesso sesso e che il 30% delle stesse aziende ha raggiunto il 100% dell’indice. Ed è significativo notare come questo processo abbia riguardato aziende con background completamente diversi: banche d’investimento, aziende di consulenza, veri e propri colossi industriali come Alcoa, Ford, Dow Chemical.
Esistono aziende in concorrenza tra loro per creare politiche gay-friendly. American Express ha un “pride network” interno che conta più di 1000 iscritti. Cisco offre ai lavoratori gay un bonus per compensare un’anomalia del codice fiscale americano. Alcune imprese sostengono il matrimonio gay e sette grandi aziende, tra cui Microsoft e Nike, hanno scritto al Congresso per sostenere la causa.

Ma quali sono le cause di questa rivoluzione? Sicuramente Human Rights Campaign e Stonewall con le loro attività hanno aiutato in tal senso.

“But mostly it happened because changing attitudes in society at large have reduced the cost of being gay-friendly, and raised the rewards.”
Ma è soprattutto la nascita di un nuovo atteggiamento della nostra società verso questo tema ad avere il merito più grande: essere gay-friendly non è più un costo, ma un beneficio.

Il Center for Work-Life Policy ha condotto una ricerca in cui si è tentato di quantificare i vantaggi dell’inclusione alle imprese. Ne è emerso che il 47% dei gay dichiarati sul luogo di lavoro si definisce “molto fiducioso” nei confronti del proprio datore di lavoro, a fronte di 21% di chi non è dichiarato. Circa il 52% dei gay non dichiarati ha affermato di sentirsi bloccato nella propria carriera lavorativa, rispetto al 36% dei gay dichiarati al lavoro. E questo è comprensibile perché:

“It is hard to give your best if you have to conceal an important part of who you are.”
È difficile dare il meglio se si deve nascondere una parte importante di se stessi.

A ciò si aggiunge che essere gay-friendly offre innumerevoli possibilità di guadagno e attrae un elevato numero di consumatori. Basti pensare che, secondo una ricerca della Witeck-Combs Communications, i gay Americani spendono oltre $835 miliardi all’anno. Nel 2001 la banca Merrill Lynch ha creato una sezione apposita incentrata sul mercato gay che in 5 anni ha portato più di un miliardo di profitto.

Certo, la rivoluzione è appena iniziata ma sul posto di lavoro è comunque degna di nota.
Nella maggior parte dei casi le aziende sono più liberali dei governi nazionali e a ciò si aggiunge che i lavoratori più giovani sono molto più a loro agio con i temi dell’orientamento sessuale di quanto non lo siano stati i loro genitori.

“Indeed, many young heterosexuals would feel uncomfortable working for a firm that failed to treat gays decently. Companies vying to recruit them will bear this in mind.”
Sicuramente molti giovani eterosessuali non si sentirebbero rispettati e a loro agio nel lavorare per un’impresa che non assicura un trattamento dignitoso per i lavoratori gay.
E questo e’ un punto che le aziende dovranno tenere ben presente.

Qui il testo dell’articolo dell’Economist: www.economist.com

2019-01-14T23:05:51+00:0016 Febbraio 2012|Rassegna Stampa|

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