In occasione della Giornata mondiale dello sport, abbiamo raccolto la testimonianza della prima squadra di basket completamente inclusiva di Milano, ascoltando la loro storia e facendo una panoramica più generale sul rapporto tra sport e inclusione. A rispondere alle nostre domande è Micaela Savarese, ex giocatrice ed allenatrice della squadra femminile di Peacox.

DPartiamo dalla vostra realtà. Cos’è Peacox? Da che bisogno ha preso vita? Peacox fa anche parte del Pride Sport Milano, un coordinamento di gruppi sportivi che si definisce “LGBTQIA+ & Friends” e che promuove – nel capoluogo lombardo, appunto – uno sport solidale aperto a chiunque. Ce ne vuoi parlare?

R – Peacox è un gruppo di persone che ruota attorno al tema della pallacanestro e al tema dell’inclusività nello sport in generale. Durante la pandemia da Covid, i soci fondatori hanno iniziato a ragionare sull’idea di usare il basket per aggregare persone e per sensibilizzare sul tema dell’inclusività nello sport. Ci interfacciamo con la realtà del Pride Sport Milano, che fa la nostra stessa cosa (cioè sensibilizzazione, divulgazione sull’inclusività) e lo fa raccogliendo dentro di sé moltissimi sport, discipline delle quali io non conoscevo neanche l’esistenza prima di iniziare a far parte dei Peacox… Lo sport, sì, è sempre il centro, ma gli eventi che si organizzano (sia con Peacox che tramite il Pride Sport Milano) sono, di fatto, attività culturali che servono per avvicinare il maggior numero di persone e per parlare, tramite mille sfaccettature, di solidarietà nella comunità; si organizzano anche eventi solo sportivi, mentre altre volte ci sono appuntamenti con un taglio davvero più di sensibilizzazione.

Peacox Basket Milano accoglie chiunque abbia voglia di avvicinarsi alla pratica sportiva del basket e lo fa con un taglio specifico: portare avanti un modo di vivere lo sport libero, inclusivo. Inclusivo per tutti, non soltanto per la comunità LGBTQI+: cerchiamo di avvicinare e sensibilizzare più persone possibili. Inoltre, essere una realtà sportiva con più ragazze che ragazzi – un unicum nel mondo del basket – ci dà la possibilità di guardare il mondo da punti di vista differenti. Cerchiamo di farne tesoro.

DUna delle vostre 3 squadre, la OPEN, è un gruppo misto aperto a tuttə. Un tema di grandissimo dibattito oggi nello sport internazionale è quello della partecipazione delle persone transgender (e intersex) alle competizioni. Si tratta sicuramente di una tematica complessa e di non facile risoluzione, ma com’è possibile, secondo voi, conciliare inclusione e regolamenti sportivi senza creare esclusioni? E come riuscire a conciliare tutto ciò con le performance (che è alla base di ogni sport agonistico)?

R – Faccio un passo indietro. I Peacox nascono come gruppo misto e per i primi 2-3 anni rimangono una squadra mista. Per questo motivo, all’inizio si faceva fatica a farsi accettare in alcuni campionati con regolamenti particolarmente restrittivi sulla divisione dei generi. Questo fino a quando non si è avviata la collaborazione con UISP – Sport per tutti, una grande associazione che lavora sugli stessi nostri principi e che ha accettano tranquillamente che nella squadra maschile giocassero anche delle ragazze (perché dentro i Peacox, inizialmente, le ragazze erano molto poche e non c’erano i numeri per creare una squadra separata).

Quando siamo diventati tanti e siamo riusciti a comporre due squadre (una maschile e una femminile), con UISP abbiamo iniziato un bel lavoro di sensibilizzazione proprio sul tema transgender: per far ammettere le persone trans nei campionati amatoriali, certo, ma pure per sensibilizzare gli arbitri sul tema del nome scelto e del documento che magari non combacia, quando il documento rettificato fatica ad arrivare. Devo dire che, se penso al nostro percorso, questo è stato probabilmente uno degli elementi più sorprendenti e più soddisfacenti.

Passando alla nostra squadra Open, è un contenitore ancora più libero delle nostre due, la maschile e la femminile (anche se, di fatto, anche loro sono aperte ad accogliere persone transgender e intersex). La squadra Open si chiama così perché è davvero 100% aperta e inclusiva: allarga le sue braccia anche a chi non ha mai giocato a basket, accogliendo persone di qualunque età, genere, provenienza geografica. Poi, organizza dei momenti comuni con squadre e realtà che puntano sull’inclusività; per esempio, abbiamo collaborato con una realtà nel Pavese che lavora con persone disabili e abbiamo portato noi un po’ di basket e loro, da noi, un po’ delle loro attività. Insomma, è uno scambio continuo.

Per ciò che concerne, invece, il tema delle persone transgender e intersex nello sport, penso che sia una tematica travisata, su cui si fa speculazione. Nei fatti, la performance sportiva di chi attraversa il percorso di affermazione di genere viene molto inficiata dall’assunzione degli ormoni, che influenza (in negativo) il tono muscolare, la prestanza fisica, dà sensazioni di stanchezza, fatica ecc. Quindi è solo speculazione affermare che una persona trans MtF [Male to Female, ndr.] che gioca in un campionato con donne biologiche sia necessariamente avvantaggiata rispetto a loro. Per noi è un tema caldo, perché vogliamo smontare questi stereotipi.

Come si concilia tutto ciò con le performance sportive? Mi viene da dire che fondamentale sia il gruppo che c’è attorno: quando una persona è un po’ più fragile dal punto di vista tecnico e sportivo, il gruppo che la deve sostenere. Lo staff tecnico si deve impegnare a concedere lo spazio che va concesso a chiunque, poi la squadra aiuta le singole persone a inserirsi, performare meglio, avere sicurezza in sé.

DCosa manca oggi allo sport professionistico per essere realmente inclusivo? E cosa, invece, funziona meglio nelle realtà che, come la vostra, operano a stretto contatto col territorio?

R – Sarò provocatoria: secondo me, al mondo professionistico per essere inclusivo non manca niente. O, meglio, non mancherebbe niente. Credo che il punto debole sia la base culturale ancora non abbastanza solida – sicuramente almeno in Italia – per poter far cambiare alcuni meccanismi, come avere libertà di fare coming out o di parlare apertamente della propria vita personale. Credo che ciò derivi anche e soprattutto da motivi economici: i condizionamenti degli sponsor, oppure i condizionamenti di chi viene pagato da esercito e forze dell’ordine per gareggiare (parlo di finanzieri, poliziotti, carabinieri ecc. che sono anche atleti professionisti).

È ovvio che, nel nostro piccolo, l’essere a contatto con il territorio ci rende tutto molto più facile, diventiamo degli esempi. Giochiamo con realtà che utilizzano lo sport come strumento per fare educazione o per togliere dalla strada i ragazzi, o anche semplicemente per passare il tempo. Le persone che incontrano i Peacox (o altre realtà inclusive) sono portate a cambiare il proprio punto di vista: è un contagio positivo.

Faccio un esempio: nella società sportiva in cui lavoro ormai da 15 anni, ho dichiarato sin da subito la mia omosessualità; quando mi sono sposata con mia moglie, ho invitato alla cerimonia il vicepresidente e una dirigente. Lei mi chiesto il permesso di portare anche suo figlio, perché il bambino amava i matrimoni e la madre voleva farlo assistere a un’unione civile tra persone dello stesso sesso. Invece, il vicepresidente della società mi ha confessato che, prima di allora, non aveva mai riflettuto su quanto fosse importante e condizionante la possibilità di potersi sposare anche per le persone omosessuali: “Ti ho incontrata e ora vivo la questione in modo diverso. Perché prima non mi toccava, ma adesso che conosco te mi tocca”. È importante far vedere che esistono anche le persone LGBTQI+.

DUn altro punto debole dello sport, in termini di inclusione, è quello del linguaggio. Spesso (negli spogliatoi, in campo, tra chi fa il tifo) viene “normalizzato” e concesso l’utilizzo di parole offensive (anche omofobiche). Come si può ovviare?

R – Ahimè, il linguaggio omofobico permane, anche se – non so se dire “per fortuna” o “purtroppo” – scevro del contenuto e del concetto che veicola. Parlo, ovviamente, dei giovani che alleno (di 17-19 anni): l’insulto omofobico ce l’hanno sempre in bocca, benché nella loro esperienza di vita siano estremamente più aperti di come era la nostra generazione alla loro età. Lo pronunciano perché li fa ridere, quasi come sinonimo della parola “scemo”. Per loro è un modo affettuoso di prendersi in giro. A me, comunque, infastidisce molto, non lo nego, anche se a volte mi chiedo se questo loro utilizzo “normalizzante” non serva poi a togliere un tabù.

Poi ci sono invece situazioni terribili in cui gli adulti (ad esempio, dagli spalti) lo usano consapevolmente. Ovviamente noi condanniamo ogni tipologia di insulto.

DPartecipate a diversi tornei. Vi è mai capitato che la composizione della vostra squadra venisse criticata o, comunque, di subire episodi di contestazione e/o discriminazione?

R – È capitato soprattutto alla nostra squadra maschile. Sono episodi che definirei turbolenti e anche turbanti. Cosa facciamo per contrastarli? Agiamo su più fronti.

Facciamo un grandissimo lavoro sul tifo (anche con i nostri fidanzati e fidanzate, amiche e amici che vengono a vedere le partite). Purtroppo, il tifo in Italia ha una sua cultura, anche se si sta facendo un gran lavoro per spostare il tifo sul lato positivo: non contro la squadra avversaria, ma a sostegno della propria. In molti sport questa cultura sta attecchendo, mentre nel calcio il cambiamento fatica ad esserci. E noi, al nostro interno, ci impegniamo in questo senso: abbiamo chiesto e tematizzato tante volte al nostro pubblico di non usare termini volgari, di non lamentarsi, di usare solo complimenti.

Inoltre, andiamo in massa alle partite in cui pensiamo che ci possa essere della tensione di quel genere e cerchiamo di sdrammatizzare: questo ci viene benissimo. Ad esempio, sentiamo dagli spalti a volte sostenitori e sostenitrici dei Peacox che dicono: “Arbitro, non siamo proprio d’accordo con questa decisione!” Ci facciamo una risata e cerchiamo di affrontare tutto in maniera leggera: siamo convinte e convinti che, se il messaggio che vogliamo veicolare fa anche sorridere, arriva prima.

DPeacox si allena a Milano e la città meneghina ha ospitato, solo pochi mesi fa, le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina. Inoltre, Porta Venezia (il quartiere LGBTQI+ per eccellenza della città) è stato il teatro della Pride House, uno spazio sicuro per le persone della comunità (sportive e non) dove poter guardare in diretta i Giochi. Secondo voi, quanto le Olimpiadi e progetti come quello della Pride House possono concretamente favorire un cambiamento strutturale nel mondo dello sport?

R – Credo che il cambiamento strutturale sia difficile quando si tratta di argomenti culturali. Il cambiamento avviene goccia a goccia e sicuramente avere un palcoscenico come quello delle Olimpiadi e della Pride House è fondamentale. È fondamentale per fare dei passi in una direzione, poi il cammino è lungo. Nel contesto della Pride House, abbiamo partecipato a un talk: con un paio di giocatori dei Peacox e me come allenatrice abbiamo sfatato alcuni miti dell’intreccio tra sport e comunità LGBTQI+. È stato molto divertente e la partecipazione è stata molto alta.

Tuttavia, mi piacerebbe che si riuscisse ad attrarre un pubblico meno sensibile (se non addirittura ostile) a certe tematiche. Io adoro lanciare dei semini sperando che poi fioriscano; anche per questo alleno ragazze e ragazzi di 18 anni. E poi una donna che allena dei diciottenni si vede raramente: ha un suo impatto anche sulle squadre avversarie, sul pubblico avversario.

DVorrei chiudere questa intervista su una nota più personale. Cosa ti ha portata a entrare nei Peacox? E allenare in un contesto così inclusivo cambia il modo in cui si guida e prepara una squadra?

R – Io ho giocato a pallacanestro per 30 anni. Sono arrivata ai Peacox dopo due anni di stop dalle gare, perché avevo subito un intervento chirurgico. Una mia amica mi spinse ad andare a giocare con lei in questa squadra mista (e nello stesso anno, poco dopo, è stata formata la squadra femminile dei Peacox). Sono quindi tornata a giocare dopo due anni e mi sono ritrovata in un ambiente completamente diverso dagli altri: un ambiente davvero aperto, che è diventato subito una seconda famiglia, dove non solo giocare insieme, ma anche parlare di cose che sì sono sportive, ma riguardano anche le nostre vite a 360°.

Per me la realtà dei Peacox è stata ed è un esempio da portare nelle altre realtà sportive con cui collaboro. Allenare i Peacox non mi obbliga a usare delle attenzioni diverse, anzi: mi obbliga a pensare a soluzioni diverse per allenare gli altri ragazzi, fuori dall’associazione. Non ci si prepara all’inclusività: l’inclusività la vivi e basta.