Armelli intervista Parks

Paolo Armelli è giornalista, autore e osservatore attento dei linguaggi contemporanei, della cultura pop e della rappresentazione LGBTQI+. Da anni si occupa di raccontare come media e società costruiscono immaginari e narrazioni; per questo gli abbiamo rivolto alcune domande sul rapporto tra visibilità e autenticità nella narrazione delle persone LGBTQI+.

DGiugno è il mese in cui i loghi dei brand si tingono di arcobaleno, in cui i siti web si riempiono di volti e storie LGBTQI+, in cui vediamo scorrere – sui social e in TV – le immagini dei Pride (italiani e non). Quanto conta, per una persona LGBTQI+, vedere riflessa la propria esperienza nei media, nei prodotti culturali o nella comunicazione delle aziende? E quando una rappresentazione può dirsi efficace?

R – La rappresentazione è sempre uno strumento fondamentale per affermare la propria identità, per vedersi riconosciuti ma soprattutto per sentirsi meno soli, per comprendere che là fuori ci sono persone come noi. Quindi potrà sembrare banale o strumentale, ma anche lo spot di un’azienda che a sorpresa dedica spazio alle persone LGBTQI+ può lasciare il segno. Allo stesso tempo la rappresentazione non può e non deve esistere in un vuoto, deve essere connessa a narrazioni più ampie e soprattutto a un impegno continuo. Dunque quella che ha più valore è quella che continua anche oltre il mese del Pride, che lascia il suo segno e semina i suoi frutti in tutti i giorni dell’anno.

DNegli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento dei personaggi LGBTQI+ in film, serie TV e campagne pubblicitarie. Più visibilità coincide sempre con una migliore rappresentazione? Spesso si parla di “rappresentazione autentica”: quali sono gli elementi che distinguono una narrazione autentica da una costruita solo per seguire una tendenza o intercettare un pubblico?

R – Quando si parla di rappresentazione si devono sempre prendere in considerazione due variabili: la quantità e la qualità. È ovvio che, storicamente, quando si dovevano scardinare certi muri di invisibilità, si poteva guardare con sollievo anche a rappresentazioni stereotipate e poco realistiche, perché almeno smuovevano le acque. Ora la situazione è cambiata e ogni contesto storico deve portare con sé sensibilità e cautele diverse. Nel corso del tempo le occasioni di visibilità si sono moltiplicate, ma ciò non significa che siano sempre state al livello delle battaglie che dovevano portare avanti, o più semplicemente che rappresentassero realisticamente una realtà. Oggi vediamo una specie di recrudescenza, una diminuzione palese degli spazi dati alla rappresentazione queer. A maggior ragione i pochi spazi concessi devono inseguire l’autenticità, che non significa per forza un racconto agiografico e idealizzato, bensì la costruzione di un immaginario complesso, plurale, se vogliamo anche contraddittorio, ma che sia perlomeno specchio di una realtà altrettanto variegata.

DMolte aziende oggi si interrogano su come rappresentare le persone LGBTQI+ nelle proprie campagne e nella comunicazione interna. Quali errori vedi più spesso e quali buone pratiche ritieni particolarmente efficaci?

R – Ogni campagna di comunicazione è diversa ed è difficile fare un pagellino delle cose giuste o sbagliate. Quello che mi sento di dire è che il pubblico è molto più “alfabetizzato” di quello che si possa pensare a livello di comunicazione, e nota quasi subito se una comunicazione è strumentale o a tempo, fatta solo per sfruttare l’ondata del Pride a giugno, oppure se si inserisce in un percorso comunicativo più organico e continuativo. Ogni iniziativa, a maggior ragione durante il Pride month, dovrebbe poi essere contraddistinta da due caratteristiche chiave: da una parte il coinvolgimento a tutti i livelli – dall’ideazione alla realizzazione, fino alla propagazione – di esponenti della comunità LGBTIQ+, perché la rappresentazione autentica può partire solo da loro; dall’altra la comunicazione esplicita di quali ricadute le iniziative stesse hanno, come donazioni, sostegno all’attivismo, progetti concreti a favore della comunità.

DNel tuo lavoro osservi da vicino la cultura pop e i linguaggi contemporanei. Hai fondato QUiD – Queer Identities in un momento in cui le narrazioni LGBTQI+ stavano cambiando rapidamente. Quale bisogno sentivi mancasse nel panorama informativo e culturale italiano?

R – Ho fondato Quid nel 2020 col mio amico e collega Daniele Biaggi, a cui dal 2024 ho lasciato le redini di un progetto difficile ma che ci ha dato grandi soddisfazioni. Lo abbiamo creato in un panorama in cui ci sembrava di muoverci tra due opposti: da una parte l’informazione mainstream, soprattutto dei grandi giornali o tg, che spesso informava sui temi LGBTQI+ con grande pressapochismo, marginalità e persino violenza; dall’altra i canali più vicini alla comunità, ma spesso settoriali, territoriali, criptici. Volevamo coltivare una via di mezzo, che fosse anche un po’ pop, che spiegasse ai non “addetti ai lavori”, che creasse connessioni tra pubblici diversi. Non so se ci siamo riusciti fino in fondo, anche perché i progetti editoriali in questi anni soffrono in generale, ma di sicuro abbiamo creato un’onda lunga che ha secondo me fatto bene anche a realtà che già esistevano. Quantomeno, ha creato ulteriore pluralità, che serve sempre anche all’interno della comunità stessa.

DQuali temi o esperienze LGBTQI+ ti sembra siano ancora oggi poco raccontati o raccontati in modo superficiale dai media italiani?

R – Credo che in Italia siamo ancora un po’ vittime di una narrazione globalizzata, filo-americana, anche nelle tematiche LGBTQI+. E lo dico io stesso in prima persona. Avendo mezzi e tempo l’ideale sarebbe non solo riscoprire la tradizione queer italiana estremamente peculiare, ma andare a indagare quelle che sono le molteplici realtà della comunità in tutto il territorio nazionale. Ci sono interi universi di attivismo e impegno che esistono fuori dai grandi centri urbani, dove in generale l’affermazione delle persone queer è più difficile a tutti i livelli, e dove tuttavia avviene con grande creatività e resilienza. Mi piacerebbe un’informazione più decentrata, più curiosa, perché credo sarebbe anche molto più speranzosa rispetto a una narrazione nazionale o globale che francamente mi sembra che non possa essere altro che deprimente.

DI social media hanno cambiato profondamente il modo in cui le persone LGBTQI+ raccontano sé stesse. Il mondo digitale, del resto, evolve rapidamente. Quale credi che sia il futuro della rappresentazione di bisogni, istanze e storie della comunità LGBTQI+?

R – Ho l’impressione che siamo a un momento di svolta dal punto di vista della comunicazione sui social. Da una parte il pubblico che la usa è sempre più “anziano” e saturato delle sue distorsioni, dalle fake news ai commenti tossici; dall’altra i più giovani abbandonano del tutto questi canali digitali per riscoprire esperienze più fisiche. Finché ci saranno dei canali online ovviamente vanno preservati, ma forse l’auspicio è che ci sia sempre meno scollamento tra il digitale e il reale. Negli ultimi anni molto attivismo ha trovato sui social una piattaforma utile e vasta, ma che ha anche allontanato le persone dalle piazze, dall’impegno concreto, e se vogliamo anche da dinamiche di confronto e discussione più sane e pacate. In sintesi vorrei social sempre più ricchi e costruttivi, ma che invitassero anche a toccare sempre più l’erba là fuori.