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Abbiamo intervistato Francesca Pardi, co-fondatrice della casa editrice per bambini Lo Stampatello, per ripercorrere la sua storia e parlare di libri, scuola ed educazione alle differenze: di cosa significhi affrontare questi temi durante l’infanzia, delle paure che ancora li circondano e del ruolo che la letteratura può avere nel contrastare stereotipi e pregiudizi.

D – Quando Lo Stampatello è nato, nel 2011, portare nelle librerie per l’infanzia storie di famiglie omogenitoriali e di realtà fino ad allora poco o per nulla rappresentate era una scelta “rivoluzionaria”. Com’è iniziata la vostra storia?

R – La casa editrice è nata un po’ per scommessa e un po’ per esigenze personali della nostra famiglia. Io e mia moglie, Maria Silvia, abbiamo quattro figli e la primogenita è nata nel 2002 grazie all’inseminazione eterologa in Olanda. Noi siamo sempre state molto amanti degli albi e ci è venuta l’idea di fare per lei un piccolo libretto abbastanza artigianale, sul modello di altri volumetti francesi, perché, quando ha cominciato ad andare a scuola, le veniva spesso posta domanda: “Perché hai due mamme?”. Il libretto – che poi sarebbe diventato Piccolo Uovo – riscosse molto successo non soltanto fra le altre famiglie arcobaleno (che erano molto poche, ai tempi), ma anche fra i genitori dei bambini delle altre classi: erano i primissimi periodi in cui si iniziava a parlare di omogenitorialità e, quindi, non c’era ancora un pregiudizio costruito nei nostri confronti. C’era il solito stereotipo sull’omosessualità, quello sì, però riguardo all’omogenitorialità più che altro le persone erano spiazzate; è stato quando è iniziata la discussione sull’approvazione delle Unioni Civili che si sono formati dei veri e propri schieramenti pro e contro, ma nel primo decennio degli anni 2000 no. Anzi, i genitori dei compagni di scuola di nostra figlia erano addirittura contenti di avere uno strumento per spiegare ai propri bambini cosa fosse una famiglia arcobaleno.

Proprio grazie a questo riscontro positivo, ho deciso di provare a proporre il libro a una casa editrice che non cito: inizialmente aveva accettato di pubblicarlo, però a metà del progetto – cioè a contratto già firmato – ha mandato tutto a monte. Evidentemente c’era stata una protesta interna. A quel punto, però, io ero anche più sicura sulla qualità della storia: mi sono informata e ho visto che sarebbe stato molto semplice aprire una casa editrice. Da lì siamo partite per questa avventura, che è diventata ancora più “concreta” quando siamo riuscite a far illustrare Piccolo Uovo da Altan. A quel punto (era il 2011), abbiamo trovato un distributore per i nostri volumi e siamo andate alla fiera del libro di Bologna: è stato il nostro vero e proprio esordio nell’ambiente dei libri per l’infanzia. Ci siamo appassionate al settore e ci siamo spostate dal solo argomento delle famiglie omogenitoriali a un discorso più ampio, riguardante l’inclusività a 360 gradi: abbiamo toccato molti altri argomenti nel corso del tempo.

D – Lo Stampatello ha intercettato un’assenza: quella di libri in cui anche bambine e bambini con due mamme o due papà potessero riconoscere la propria famiglia. Che accoglienza hanno avuto, allora, i libri del vostro catalogo? E, a distanza di anni, quanto è cambiata l’editoria per l’infanzia?

R – Quando è uscito Piccolo Uovo – che metteva tutti i vari tipi di famiglie uno accanto all’altro, quindi non soltanto quella omogenitoriale, ma anche la famiglia adottiva, quella con genitori separati ecc. –, abbiamo organizzato una presentazione a Milano che è stata incredibile: ci ha fatto capire che si sentiva molto l’esigenza di uno sguardo sulla famiglia diverso, di un diverso modo di comunicare coi bambini su certi temi. Serviva un punto di vista più realistico, che partisse dalla realtà delle famiglie esistenti.

Perciò mi sento di dire che la nostra casa editrice è stata accolta molto bene, soprattutto nell’ambiente della letteratura per l’infanzia, che è un ambiente bellissimo e molto aperto. Piccolo Uovo ha poi vinto il premio Andersen nel 2021, un riconoscimento importantissimo nel settore; nella giuria di quell’anno c’erano anche Gianna Vitali e Roberto Denti, fondatori della storica catena delle Librerie dei Ragazzi. Loro, per primi, hanno cominciato a considerare i bambini come dei veri lettori, con il diritto di scegliere cosa leggere, togliendo alla letteratura per l’infanzia la veste unicamente didascalica ed educativa che ha avuto fino agli anni Settanta.

Le cose sono iniziate a cambiare a partire dalla diffusione del dibattito sull’approvazione delle Unioni Civili, quindi più di un decennio fa. Da lì in poi si è diffusa la lotta a questo fantomatico “gender”, concetto inventato appositamente per contrastare i diritti LGBTQI+ e la visione di mondo che queste battaglie si portano dietro. In quegli anni, delle associazioni di cattolici integralisti si riuniva addirittura mostrando il nostro volume Piccolo Uovo, additandolo come pericoloso, proprio perché il suo messaggio era rassicurante. Quindi, dopo un primo momento in cui genitori ci portavano nelle scuole e in cui gli insegnanti delle elementari o delle materne facevano dei lavori con i nostri libri, c’è stata una chiusura netta a causa di una parte dei genitori. Ad un certo punto, io ho anche scritto a Papa Francesco, perché ero indignata: mi sembrava che avessimo dei valori condivisi con lui, invece delle associazioni che dicevano di parlare in nome della Chiesa Cattolica hanno detto e scritto cose false su di noi, ad esempio che volevamo insegnare il sesso ai bambini. E hanno usando le immagini dei nostri libri per attaccarci. Anche oggi, in tutto il mondo, c’è un generale movimento verso destra, un tornare indietro rispetto a certe aperture e valori, che è stato molto aiutato anche dalla falsificazione in rete delle notizie e dei nostri messaggi.

D – Oggi l’educazione affettiva a scuola è al centro di un forte dibattito pubblico. Secondo voi, perché è diventato così difficile persino trovare un terreno comune su cosa significhi educare al rispetto, alle relazioni e alle differenze?

R – C’è una malafede di fondo che oramai è data per acquisita, nessuno la mette neanche più in discussione. Mi riferisco al disegno di chi vuole bloccare i progetti educativi: è un disegno autoritario, in cui si vuole usare l’educazione per costruire dei pregiudizi dentro le persone, perché il pregiudizio si costruisce nella mente dei bambini quando sono ancora piccoli. E dopo il lavoro di decostruzione è molto più complicato e faticoso, rispetto a quello che deve fare chi certi pregiudizi non li hai sviluppati. La verità è che chi agisce così non fa veramente il bene dei minori o un servizio alla società: si tratta di un interesse con finalità politica, un interesse manipolatorio. Noi continuiamo a resistere, perché poi chi prende in mano i nostri libri si rende conto di che cosa siano davvero. Però è una battaglia difficile, contro chi fa leva sulle paure della gente tramite una comunicazione molto superficiale.

D – Una delle paure che ricorre quando si parla di questi temi è che affrontare con bambini e bambine argomenti come orientamento sessuale, identità di genere o famiglie omogenitoriali significhi introdurre contenuti “da adulti”. Qual è la vostra esperienza al riguardo? E c’è un’età giusta per iniziare a parlare ai bambini di differenze, famiglie e affettività?

R – Non sono contenuti per adulti: noi parliamo delle loro storie, delle storie di vita dei bambini. La cosa che fa paura è che il messaggio dei nostri volumi è: “Tu puoi essere felice chiunque tu sia”. E la risposta che viene data dalla società è: “No, non puoi dirgli questa cosa, perché la bambina o il bambino devono pensare di poter essere felici solo se si comportano come vorrebbero gli adulti”. Questa è una differenza di prospettiva importante.

Quindi, non c’è un’età in cui credo sia più opportuno iniziare a introdurre temi come le differenze e l’affettività. Quello che cambia è il modo in cui parlare di certe tematiche: è evidente che con un bambino di tre anni non uso lo stesso linguaggio che con un ragazzino di 13: esistono le favole, esistono le metafore. Vanno rispettati il loro sviluppo, il tipo di esperienze che fanno. Ai più piccoli si arriva sì con un linguaggio diverso, ma i bambini sono già persone, e sono persone diverse dai propri genitori. Questa condizione va rispettata.

Ad esempio, noi l’omosessualità l’abbiamo affrontata sempre e solo parlando d’amore, e di amore ai bambini si parla sin da quando nascono, perché conoscono l’amore fra i loro genitori. I bambini capiscono che due persone dello stesso sesso si possono amare e che non c’è niente di male nell’avere due mamme o due papà: non è un contenuto da adulti, è un contenuto adatto a chiunque. E se invece gliene si parla come di un qualcosa di brutto, semplicemente si fa loro del male.

D – Che cosa consigliereste a una mamma o a un papà che vorrebbero educare i propri figli alle differenze, ma temono di non avere le parole giuste o di affrontare alcuni argomenti “troppo presto”?

R – Rispondo dicendo che, a un certo punto della nostra storia, stavamo quasi per chiudere (anche perché la casa editrice non è la nostra attività principale), pensando di aver fatto il nostro: nel tempo erano nate altre collane, altre case editrici attente a queste tematiche. Però ci siamo rese conto che, invece, c’è ancora tanto bisogno di libri che educhino alle differenze. Negli ultimi anni sono stati osteggiati i corsi nelle scuole e, alla fine, cosa rimane? Rimangono i libri e rimangono gli albi illustrati, che sono una fonte incredibile di pensiero e di libertà per chiunque, a tutte le età. Quindi, il consiglio è di leggere, leggere, leggere e di comprare albi illustrati anche per raccontare ai bambini quello che con le parole è più difficile da dire. Peraltro, penso che i nostri volumi abbiano aiutato anche molti adulti, proprio perché gli albi hanno un approccio molto semplice e trasparente, che magari riesce a contrastare il peso del pregiudizio che si può annidare in noi grandi.

D – I libri del vostro catalogo parlano di famiglie, identità, stereotipi di genere, emozioni, differenze. Che cosa può fare un libro che a volte la spiegazione di un adulto non riesce a fare?

R – Un albo illustrato si serve di immagini e metafore, comunicando a un livello più immediato e più profondo di quanto non possa riuscire un discorso analitico. Parla soprattutto alla parte irrazionale di noi. E i bambini, infatti, spesso si muovono su un piano più irrazionale: col cuore si arriva anche dove la mente si ferma. Un libro smaschera la realtà, ha quel potere lì enorme che hanno le storie, quando sono raccontate bene e quando sono belle.

D – Abbiamo iniziato questa intervista parlando della storia de Lo Stampatello; ora mi piacerebbe concluderla con uno sguardo sul suo futuro. Cosa bolle in pentola?

R – Sta per uscire una nuova collana di libri illustrati da Altan. Piccolo Uovo e altri volumi storici del nostro catalogo hanno raccontato famiglie di vari tipi, dove il faro della narrazione era puntato su come erano fatte queste famiglie. Invece, in questa nuova collana cerchiamo di farle esistere all’interno del racconto come un dato acquisito. La locuzione “normalizzare la differenza” non mi piace molto, però il concetto è questo. Quando c’è uno stigma e lo si vuole contrastare, il primo step è raccontare questa differenza e far vedere che non bisogna averne paura; il momento successivo è lasciarla esistere nella vita senza neanche la necessità di notarla più. È proprio il passaggio che stiamo cercando di fare.