
In occasione della Giornata mondiale del teatro (che ricorre ogni 27 marzo), abbiamo chiesto al condirettore artistico del Teatro Elfo Puccini di Milano, Ferdinando Bruni, quale sia il punto di contatto tra inclusione LGBTQI+ e arte scenica.
D – Sei protagonista del Teatro Elfo Puccini, condirettore artistico assieme a Elio De Capitani, ma anche attore e regista delle produzioni più importanti. Qual è, secondo te, l’identità più profonda dell’Elfo Puccini, oggi?
R – Credo che l’Elfo Puccini sia un luogo che mantiene una doppia identità: quella di un luogo di creazione che sfida il presente con le armi di un’arte antichissima, ma capace di risuonare ogni volta nuova nel rito di un incontro fra esseri umani alla ricerca di uno sguardo inedito (verso se stessi e verso il mondo) e quella di un luogo in cui quest’incontro si declina in un modo ormai quasi unico, un confronto reale, una condivisione non virtuale di uno spazio e di un’esperienza comune.
D – Che ruolo ha il teatro nel rendere visibili identità e storie che spesso restano ai margini?
R – In questo senso il nostro teatro, e il teatro più in generale, deve fare i conti con una responsabilità che è fondamentale per dare senso alla sua esistenza: raccontare le storie che nel frastuono della comunicazione indistinta in cui siamo immersi passano inosservate, rischiano di restare soffocate. Nel teatro si vive un tempo peculiare, il tempo di un ascolto non distratto o frettoloso, il tempo del racconto. Noi ci sentiamo prima di ogni altra cosa narratori di storie, creatori di empatia.
D – In particolare, il teatro che dirigi ha, da sempre, un occhio attento all’inclusione e non si è mai frenato dal portare sul palcoscenico pièce a tematica LGBTQI+. Qual è stato il primo testo che avete messo in scena e quelli di cui sei più orgoglioso, a livello personale e come artista?
R – Ovviamente fra le narrazioni che ci è parso fondamentale proporre alla condivisione col pubblico quelle legate alle tematiche LGBTQI+ occupano un posto centrale nelle nostre scelte di programmazione e nella nostra storia. La nostra vicenda su questo fronte inizia nel 1988 con la messa in scena di “Le lacrime amare di Petra Von Kant” di Reiner Werner Fassbinder, cui ha fatto seguito un lavoro molto articolato su questo autore che guarda al mondo queer senza pietismi o sconti. Fra gli altri testi, “Come gocce su pietre roventi” [dello stesso autore, ndr]. Da lì in poi sono moltissimi gli spettacoli che attraverso modalità anche diverse fra loro propongono riflessioni su questi temi: da “Resti umani non identificati e la vera natura dell’amore” di Brad Fraser fino a “Quentin Crisp – La speranza è nuda” di Mark Farrelly, passando per la collaborazione con Moises Kauffmann e il suo Tectonic Theater con i fondamentali “Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde” e “Il seme della violenza – the Laramie Project”. Ma quello che a tutt’oggi considero la nostra esperienza più felice e più importante (e uso la parola “esperienza” non a caso) è “Angels in America – fantasia gay su temi nazionali” di Tony Kushner, un testo potentissimo, sicuramente una pietra miliare nel canone del secolo scorso, una messa in scena che siamo fieri di aver proposto nel panorama a volte asfittico del teatro italiano.
D – Nel passare degli anni, hai visto cambiare il modo in cui il pubblico accoglie queste storie? Ed è cambiato anche il modo in cui vengono scritte e raccontate?
R – Credo che il cambiamento più importante da segnalare in questi ultimi anni sia l’entrata a pieno titolo nel repertorio di teatri molto importanti, soprattutto all’estero, dei testi legati alle tematiche LGBTQI+ e il grande successo anche di pubblico che spesso hanno questi spettacoli. Oltre al già citato “Angels in America”, segnalo “The Habit of Art” di Alan Bennett, messo in scena anche da noi col titolo “Il vizio dell’arte” e il successo planetario di “The Inheritance” di Matthew Lopez.
D – Il teatro Elfo Puccini e Parks sono compagni di strada da più di 10 anni. Che cosa vi tiene vicini alla nostra realtà? E che cosa pensi che il teatro possa insegnare di concreto nel costruire luoghi più inclusivi, anche fuori dal palcoscenico, ad esempio nelle aziende e nei contesti di lavoro?
R – Il teatro Elfo Puccini, fin dalla sua creazione, si è dato il compito di essere un luogo inclusivo per il pubblico e per i suoi lavoratori. È evidente che una cosa senza l’altra non avrebbe nessun senso. Parks, con cui collaboriamo da anni, svolge un lavoro fondamentale che per noi è un punto di riferimento e una fonte di ispirazione. A sua volta il teatro si offre a chi vuole frequentarlo come luogo in cui il racconto di storie, di esperienze a volte apparentemente lontane dal nostro quotidiano rappresenta un’occasione per aprire la mente verso nuove prospettive.
D – C’è una battuta o una scena delle pièce a tematica LGBTQI+ che pensi possa fungere da guida per il futuro del teatro come arte?
R – Chiudo con un verso di Auden che campeggia su uno dei muri del nostro atrio: “I suoi pensieri andavano su e giù/dai versi/al sesso/a Dio/senza punteggiatura”. In teatro tutto si tiene, niente (e nessuno) viene escluso.