Discriminazione sul mercato del lavoro – Quando il lavoro viene negato ai gay

//Discriminazione sul mercato del lavoro – Quando il lavoro viene negato ai gay

Corriere della Sera – 29 maggio 2012
Rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti: Hanno il 30% di possibilità in meno di essere chiamati da una azienda
di Gian Antonio Stella

«Come un negro in una società razzista». Così si sentiva, tanti anni fa, Pier Paolo Pasolini. E così devono sentirsi, al di là delle ipocrisie politicamente corrette, i gay italiani oggi. Lo dice una ricerca sul campo: trovar lavoro di questi tempi è dura per tutti, ma per un giovane omosessuale la difficoltà aumenta del 30%.
I risultati del rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti, diretta da Tito Boeri, non svelano una realtà sorprendente. Un dossier dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali del 2009 diceva che il Paese più omofobo d’Europa era la Lituania, dove il Parlamento si è avventurato a votare una legge che vieta programmi tivù, libri, giornali, pubblicità, film e ogni cosa che «possa dare una rappresentazione di tipo positivo dell’omosessualità e della bisessualità».
Ma al secondo posto c’era l’Italia. E una decina di giorni fa, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, un rapporto dell’Ilga (International Lesbian and Gay Association) su 49 Paesi europei ha confermato che, tolti i Paesi dell’Est europeo come Moldavia e Russia, Azerbaijan e Ucraina e certi Paesi molto conservatori (come il Liechtenstein, il principato di Monaco e San Marino) o di cultura islamica tipo la Turchia, siamo sempre, per rispetto dei diritti omosessuali, in coda.

Si dirà: colpa delle tradizioni culturali. No. Anche la Gran Bretagna era un Paese omofobico. Basti ricordare che sono stati necessari 55 anni perché Gordon Brown chiedesse scusa alla memoria di Alan Turing, il matematico che, come ricorda Piergiorgio Odifreddi, era così strambo da legare con la catena al termosifone la sua tazza del tè ma fu determinante nella guerra a Hitler grazie alla sua capacità di scoprire il «codice enigma» nazista, cosa che non lo salvò dalle vessazioni omofobiche che l’avrebbero spinto a uccidersi: «A nome del governo britannico e di quanti vivono liberamente grazie al lavoro di Alan, sono fiero di dire: perdonaci». Per non dire del secolo trascorso prima che a Westminster fosse collocata una targa a Oscar Wilde, condannato al carcere per atti osceni e sodomia.

Era spietato con gli omosessuali, il Regno Unito. E anche lì si regolarono per secoli come in Italia, dove certi statuti comunali come quello di Treviso stabilivano pene feroci per i «sodomiti»: «Il maschio privo di ogni vestito, in piazza, impalato e con il membro infilzato, rimanga lì tutto il giorno e tutta la notte. Venga arso vivo il giorno seguente fuori dalle mura…» Lì, però, le cose sono cambiate. E il dossier Ilga riconosce all’Inghilterra (21 punti) di essere il Paese meno razzista nei confronti dei gay davanti a Germania e Spagna (20 ciascuno), Svezia (18), Belgio (17). Noi, staccatissimi, siamo a 2,5: «Sotto Andorra e Lituania e appena al di sopra di Estonia, Grecia, Kossovo e Polonia». «Nel tuo lavoro attuale, è mai successo che una persona con cui lavori (capi, colleghi, sottoposti, clienti / utenti / committenti) sia stata discriminata e/o trattata ingiustamente perché è LGBT oppure sembra LGBT», cioè gay, lesbica o transessuale? Alla domanda del sociologo Raffaele Lelleri, per l’inchiesta presentata in questi giorni «Lavoro e minoranze sessuali in Italia: il punto di vista della popolazione generale», l’enorme maggioranza (l’83%) degli eterosessuali risponde di no: mai sentito.

Eppure pochi giorni fa l’Istat spiegava che «omosessuali e bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola e all’università, così come al lavoro, più degli eterosessuali: il 40,3% dichiara di essere stato discriminato contro il 27,9% degli eterosessuali. Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite nella ricerca di una casa, nei rapporti con i vicini, nell’accesso a servizi sanitari oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto».

Il rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti taglia la testa al toro: la discriminazione c’è. Pesante. Eleonora Patacchini, Giuseppe Ragusa e Yves Zenou, autori de «Dimensioni inesplorate della discriminazione in Europa: religione, omosessualità e aspetto fisico», studio che sarà presentato il 9 giugno prossimo a Trani, hanno inviato nel periodo gennaio-febbraio 2012 a centinaia di aziende che offrivano lavoro a Milano e a Roma attraverso i siti web Monster e Job Rapido, 2.320 curricula fittizi. Sette profili professionali: impiegato amministrativo, impiegato contabile, operatore di call center, receptionist, addetto alle vendite, segretario e commesso.
«A differenza del sesso di una persona – spiegano gli autori dell’indagine – le preferenze sessuali non sono una caratteristica di facile e diretta osservazione. Così, per distinguere i candidati con una presunta “identità omosessuale”, ad alcuni dei curricula è stato inserito uno stage lavorativo presso note associazioni di difesa e patrocinio dei diritti delle persone omosessuali (quali, ad esempio, ArciGay, ArciLesbica, etc.). Al resto dei candidati è stato invece associato uno stage presso un’associazione culturale generica o in azienda».

Di più: «Per valutare l’impatto dell’aspetto fisico, a ogni curriculum è stata associata la fotografia di un ipotetico candidato (di età appropriata rispetto alla durata dell’esperienza lavorativa e degli studi dichiarati), che era stata preventivamente valutata in termini di “bellezza”». Risultato? Per quanto riguarda la bellezza, nelle assunzioni delle donne pesa. Molto più che per gli uomini. Ma i numeri più interessanti sono sulle preferenze affettive. «Se confrontati con i maschi eterosessuali, gli uomini omosessuali hanno il 30% in meno di probabilità di essere richiamati per un colloquio. Le donne eterosessuali e omosessuali, invece, non mostrano significative differenze nei tassi di richiamata. L’effetto penalizzante individuato per gli uomini è mitigato dal fatto di avere curricula “migliori” (più qualificati)? Niente affatto. È anzi vero il contrario: l’effetto negativo di un’identità omosessuale è addirittura più forte nel caso di persone con profili professionali più qualificati». E torniamo a quanto diceva Pasolini nel suo paragone fra omosessuali e neri: passi per assumere un «negro» per i lavori bassi. Ma assumerne uno così in gamba da avere sogni e ambizioni…

Qui il link all’articolo del Corriere della Sera: www.corriere.it

2019-01-14T23:05:45+00:0029 May 2012|News|

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