
Vincitore del Premio Strega nel 2022, lo scrittore Mario Desiati ci ha parlato della sua opera più famosa, “Spatriati” (Einaudi), del confine tra il bisogno di riconoscimento e la paura delle etichette, e di come la letteratura ci aiuti a cambiare la prospettiva con cui guardiamo il mondo.
D – Spatriati per molti lettori è stato un libro-specchio, e tu stesso hai raccontato di essere cresciuto in provincia cercando un modo di stare al mondo che nessuno ti offriva. Che ruolo ha avuto la lettura in quella ricerca, e cosa cercavi in un libro a quell’età?
R – Da giovane la poesia e la lettura erano per me soprattutto la possibilità di riconoscersi. Crescendo in provincia, dove alcuni modi di essere sembravano non avere spazio o nome, i libri offrivano vite alternative e dimostravano che esistevano altri modi di abitare il mondo. Poco alla volta, però, ho imparato che nei libri non è importante solo riconoscersi: è altrettanto importante disconoscersi, trovare qualcosa che non torna, che ci mette in crisi. La letteratura non conferma ciò che siamo già, ma ci costringe a spostarci, a guardare il mondo da un’angolazione inattesa.
D – Hai detto più volte di non voler essere definito entro margini precisi – vale per te come per i tuoi personaggi. C’è una tensione tra il bisogno di essere riconosciuti e la resistenza a essere etichettati? Come la vivi?
R – Secondo me le identità sono mobili, essere riconosciuti è importante; essere ridotti a una definizione lo è molto meno. Nei miei personaggi questa tensione resta volutamente irrisolta, perché credo che una delle funzioni della narrativa sia proprio quella di restituire la complessità dell’esperienza umana, senza trasformarla in una categoria.
D – “Spatriato” tiene insieme chi è partito e chi è rimasto irrisolto, e nel tuo dialetto porta la schwa, quindi non ha genere. Quanto conta, per raccontare identità che sfuggono alle categorie, trovare – o inventare – le parole giuste?
R – Conta moltissimo. La parola spatriètə, nel dialetto pugliese, mi interessava proprio perché descrive una condizione più che un’identità. Possiede una ricchezza semantica che l’italiano standard fatica a rendere: c’è un elemento di irregolarità, di non conformità, ma anche l’idea di una frattura, di un’interruzione del percorso previsto. E conserva persino una sfumatura negativa, perché tradizionalmente viene usata per indicare qualcuno che, nella propria “patria”, non è come gli altri. Più che inventare parole, mi interessa recuperare termini che siano capaci di contenere questa complessità senza semplificarla.
D – Nei tuoi romanzi Berlino è “la città della seconda occasione”. Cosa offre, a chi si sente ai margini, un posto così? E cosa manca invece ai luoghi da cui si parte?
R – Berlino rappresenta la possibilità di ricominciare senza essere definiti dalla propria storia familiare o sociale. Non è una città ideale, ma un luogo dove è più facile sperimentarsi, cambiare, perfino contraddirsi. Ai luoghi di partenza, soprattutto alle province raccontate nei miei libri, spesso manca proprio questa libertà: non tanto la tolleranza, quanto la possibilità di trasformarsi senza dover continuamente rendere conto di chi si era. Nei piccoli contesti il passato resta sempre molto presente; nelle grandi città è più facile immaginare un futuro diverso.
D – Parks lavora ogni giorno con le aziende sull’inclusione: policy, formazione, strumenti. Secondo te un romanzo può fare qualcosa che tutto questo non riesce a fare, e cosa esattamente?
R – Per me svolgono funzioni diverse. Una policy stabilisce principi, modelli di comportamento e regole condivise; un romanzo lavora invece sull’immaginazione e sull’empatia. La letteratura permette di abitare per qualche ora il punto di vista di qualcun altro, mettendo in discussione le proprie certezze e affinando lo spirito critico sulla realtà. Non è un caso che i regimi autoritari abbiano spesso ostacolato la lettura o censurato la narrativa: la letteratura rende più difficile accettare una sola versione del mondo.
D – Da Spatriati a oggi, i personaggi LGBTQI+ nella narrativa italiana sono aumentati. Dal tuo osservatorio è cambiato anche come vengono raccontati, o la quantità non ha portato qualità?
R – Do una risposta da lettore. Oggi esiste una maggiore pluralità di voci e di esperienze, ed è un cambiamento importante. Allo stesso tempo la rappresentazione, da sola, non basta. La qualità dipende dalla profondità dei personaggi, non dal fatto che appartengano a una categoria identitaria. L’obiettivo, per me, è leggere personaggi complessi più che esemplari, contraddittori più che rappresentativi. E personaggi così esistono anche nella narrativa italiana dei decenni passati, magari meno conosciuti dal grande pubblico. Penso a La ragazza di nome Giulio di Milena Milani, un romanzo sorprendentemente libero e moderno nel raccontare l’identità fluida e la trasgressione, oppure a Natalia di Fausta Cialente, capace di esplorare con eleganza i sentimenti tra due donne.
D – Un libro che consiglieresti per guardare il mondo con occhi diversi? E perché?
R – Più che un singolo libro, consiglierei di entrare nell’opera poetica di Alfonso Guida, il suo ultimo è Diario di un autodidatta. È una voce tra le più originali della poesia italiana contemporanea: una scrittura visionaria, potente, capace di tenere insieme natura, memoria, dolore e identità, ricorda quanto la poesia possa ancora essere uno strumento di conoscenza del mondo e di sé.